Il mio mal d’Africa

Written by on 26 luglio 2012 in Educazione - 1 Comment

Samuela, tata a Recanati, ci ha raccontato la sua toccante esperienza come educatrice in Africa.
Già in passato abbiamo affrontato il tema delle adozioni a distanza, ma parlare della povertà e di quante persone siano costrette a sopravvivere non è mai abbastanza.
Tutti possiamo dare una mano, anche con piccoli gesti.

Nel 1994 ho festeggiato il raggiungimento dell’agognata (e molto sudata) maturità classica con un bel viaggio.
Durante l’inverno avevo conosciuto un gruppo di ragazzi di Ancona che, già da anni, organizzava viaggi di lavoro in Kenia: dopo qualche incontro formativo ed un paio di vaccinazioni, ero pronta ed entusiasta per la partenza.

La mia valigia serviva soprattutto per trasportare beni di prima necessità: io ero la più giovane e pensavamo che non avrebbero fermato proprio me per un controllo. E invece, alla dogana, scelsero proprio la giovane biondina: aperto il mio valigione, saltarono fuori innocue buste ripiene di abiti per bambini e poi un intero sottopiano ricolmo di medicinali di ogni genere.
Il mio iniziale terrore è stato dissolto dalle esperte abilità contrattuali di Padre Bartolomeo, il prete che organizza questi viaggi: in cambio di qualche scatola di antibiotici ad ampio spettro, i due militari della dogana ci hanno lasciati entrare, restituendoci l’intero bottino.

In Kenia ho trascorso circa 40 giorni, suddividendo il soggiorno in tre tappe.
Inizialmente ho vissuto a Gatonga, un villaggio dell’entroterra keniota, ai margini della zona desertica. Qui abbiamo lavorato soprattutto per scavare le fondamenta di un dispensario, già parzialmente edificato: nella zona non ci sono ospedali degni di questo nome e così ci si affida a dispensari, una specie di pronto soccorso in cui si trovano medicinali (finché qualcuno li invia), qualche infermiera, un letto su cui riposare e un po’ di cibo per riprendersi dal malessere. Scavare con picconi, vanga e pale è stata un’esperienza molto formativa, soprattutto dal punto di vista fisico: ho visto i muscoli crescere sulle mie braccia e soprattutto le vesciche ingigantire le mie mani! I ragazzi oriundi che scavavano al nostro fianco erano molto divertiti e spesso si fermavano quando scendevo io nella trincea: non avevano mai visto una ragazza bianca lavorare in mansioni così umili e immagino che, in generale, non avessero mai incontrato qualcuno tanto impacciato in un lavoro pure tanto semplice…

A Gatonga purtroppo ho contratto la malaria, seppure in forma molto lieve: per questa malattia non esiste un vero vaccino, ma solo una profilassi che limita le possibilità di contrarre il virus. Ho avuto la febbre alta per un paio di giorni (nei quali ho sempre dormito), quindi ho dovuto osservare un breve periodo di riposo e ne ho approfittato per conoscere meglio il villaggio, che è sparso su un territorio piuttosto ampio. Ho seguito due suore missionarie, che ogni giorno percorrono chilometri per visitare ogni singola capanna: il loro obiettivo è conoscere i bisogni delle varie famiglie, verificare che non ci siamo persone malate o sofferenti e fare un po’ di prevenzione.

E’ importante spiegare agli abitanti di quelle zone che l’acqua del fiume non è potabile, che non si può raccogliere l’acqua piovana in contenitori arrugginiti, che si può essere attenti al ciclo mestruale per evitare gravidanze indesiderate, che è fondamentale consentire ai bambini di frequentare le scuola.

Il ricordo più bello dell’esperienza africana è legato proprio a queste visite: una donna, che si disse molto colpita dal mio sguardo interessato, mi propose di restare a vivere nella sua capanna e di sposare il figlio, che in quel momento era lontano. Fui davvero lusingata. Ma non accettai.

Per circa dieci giorni ci siamo trasferiti a Mikinduri, ad un’altitudine più elevata, presso una struttura di accoglienza per bambini denutriti. Si tratta di una specie di istituto in cui le famiglie possono lasciare i loro figli quando la povertà non consente più loro di sfamarli; passato il periodo critico, i piccoli, risanati e ben nutriti, possono tornare in famiglia. Capita sovente però che i piccoli vengano abbandonati: talora nessuno dei due genitori sopravvive alla carestia, i figli diventano orfani e l’istituto diventa la loro casa.

A Mikinduri abbiamo coccolato ed accudito quei bambini, affamati di tenerezze, e abbiamo cercato di abbellire gli stanzoni asettici dell’edificio con semplici pitture. Lasciare Mikinduri è stato straziante: un pezzo del mio cuore è rimasto tra quei piccoli e lo sento ancora battere lontano.

L’ultimo periodo di permanenza in Africa è stato di pura formazione teorica. Ai margini della foresta pluviale un missionario pugliese, del tutto autodidatta, ha ideato un sistema di raccolta e distribuzione dell’acqua piovana, che è meta di viaggi studio per giovani ingegneri di tutto il mondo. L’impianto salva migliaia di persone, che distano chilometri dalla foresta, abitano in zone semi desertiche e che altrimenti morirebbero durante la stagione secca. L’impianto è attivo da anni: la continua preoccupazione dei missionari è quella di istruire gli abitanti del luogo affinché facciano un’attenta manutenzione delle vasche di raccolta e dell’intero sistema idrico.
Fratel Argese, l’ideatore del progetto, è un autentico eroe del quale però nessun telegiornale parla: lui, ed il suo fido aiutante, fratel Achille, davvero realizzano ogni giorno un po’ di paradiso in terra.

Il ritorno nella civiltà dei consumi è stato traumatizzante quanto l’esperienza africana. Qui a casa tutto mi sembrava ingiusto e per qualche mese mi sono sentita in colpa per ogni agio: aprire il frigo e soddisfare qualunque voglia, entrare in doccia e lavarmi, stappare bottiglie di ogni tipo per placare una sete spesso lieve. Ero fuori posto ovunque, in pizzeria come sotto le coperte del mio letto, ma alla fine ho scelto.

Dopo circa tre mesi di depressione, ho scelto di restare qui, dove sono la mia famiglia, i miei amici e, ora posso dirlo senza vergogna, anche i miei agi ed i miei vizi. Per aiutare l’Africa non occorre essere sul posto: educare alla giustizia e richiamare l’attenzione su quel continente martoriato è un atto che si deve compiere qui, dove ognuno di noi, con piccoli gesti quotidiani, può essere d’aiuto.

La gente che soffre è dappertutto e la soluzione alla povertà (che è madre di tutte le altre disgrazie) sta nell’educazione all’eguaglianza: solo quando sarà inconcepibile che pochi ricchi vivano nello stesso pianeta dove muoiono di stenti milioni di poveri, solo allora si troverà il modo di cambiare.

Samuela

Foto by iz4aks

One Comment on "Il mio mal d’Africa"

  1. Nadya 19 settembre 2012 alle 19:39 · Rispondi

    Grazie per il Suo racconto! E’ davvero interessante! Lei e’ bravissima!

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