Superare i limiti della disabilità

Written by on 21 febbraio 2013 in Educazione - No comments

Prima della nascita del mio secondogenito ero una mamma che si divideva tra famiglia e lavoro. Una mamma che correva a portare il pargolo dai nonni, si catapultava in ufficio, ritornava a riprendere il pargolo, correva di nuovo a casa, preparava la cena e finalmente si godeva la serata in famiglia.
Dopo tre anni di questa routine, pensammo di allargare la famiglia ed è da questo momento che gli equilibri si spezzarono, e quella che sembrava una strada tracciata ben definita tutta diritta senza grandi ostacoli, ad un certo punto diventava tortuosa buia ed in salita.

Decidere di far nascere il nostro secondogenito portatore di una malformazione cerebrale congenita, l’agenesia del corpo calloso diagnosticata alla 19ma settimana di gestazione, è stato un salto nel buio che però ci ha portato piano piano a vedere nuovi orizzonti, a conoscere altre strade, a percorrere altri sentieri, a vedere altri panorami, completamente diversi da quelli così cari e noti.

Questa malformazione cerebrale ha colpito mio figlio fortunatamente in modo marginale, ed ora che ha 11 anni posso essere assolutamente ottimista sul suo futuro e sul fatto che potrà condurre una vita piena e autonoma. Ma al momento della nascita nessun medico si era voluto sbilanciare con previsioni e alle nostre numerose domande ottenevamo sempre la medesima risposta “Cari genitori, aspettiamo e vediamo”.
Io che di natura non sono molto capace di aspettare … anzi agli appuntamenti arrivo sempre in anticipo e che come temperamento mi piace “prendere il toro per le corna”, non gradivo molto questo tipo di risposta, ed una volta appurato, nei primi mesi di vita, che la malformazione stava ritardando il suo sviluppo motorio e probabilmente in futuro anche quello cognitivo, mi sono rimboccata le maniche per cercare le strategie per colmare i ritardi che via via si presentavano.
Così mio figlio come una lumachina ha raggiunto tutte le principali tappe dal rotolamento, alla posizione seduta, dal gattonamento al cammino.

Io e mio marito ci davamo il cambio sul tappeto di casa, per proporre tanti piccoli “esercizi” che ci venivano suggeriti di volta in volta dalla fisioterapista dell’ASL, intervallati da tante coccole e tanti abbracci.
Undici anni fa, internet non era così diffuso, ma il mio desiderio di saperne di più sulla malformazione e la voglia di entrare in contatto con altre famiglie, mi hanno dato il coraggio di rispolverare il mio mediocre inglese scolastico e di prendere contatti con un’associazione ed un forum di discussione americano.
Poi con il passare del tempo ho incominciato ad avere contatti con alcune famiglie italiane, ed ora anche qui in Italia abbiamo la nostra Associazione ed il nostro forum, ed ho contatti con oltre 200 famiglie sparse su tutto il territorio nazionale.

E’ stato proprio uno dei miei primissimi contatti, la mamma di un meraviglioso bimbo di qualche anno più grande del mio, che mi diede alcuni suggerimenti importanti su come stimolare cognitivamente mio figlio. Lei stessa li aveva appresi seguendo numerosi corsi che insegnavano a genitori e terapisti l’applicazione pratica dei principi teorici sviluppati dal prof. Reuven Feuerstein psicologo nato a Botosan (Romania) nel 1921. L’approccio positivo, propositivo del metodo, mi conquistò subito.
Feuerstaein sosteneva:

L’intelligenza non è una struttura statica, ma un sistema aperto, dinamico che può continuare a svilupparsi nel corso della vita”.

Non mi dilungo a raccontarvi su cosa si basa il metodo, su quali sono i suoi strumenti, internet oggi è pieno di informazioni al riguardo.
Nove anni fa per approfondire l’argomento iniziai a leggere alcuni libri del prof. Feuerstein, poi seguii alcune conferenze ed infine decisi di partecipare ad un corso per diventare io stessa applicatrice del metodo.

Imparai che attraverso il gioco, i gesti quotidiani per la cura, le uscite, le gite, le vacanze, le pappe … ogni momento vissuto insieme a nostro figlio, poteva diventare una grande opportunità di stimolo e di sviluppo. Ciò non toglieva spontaneità, o slancio, semplicemente ci si soffermava un po’ di più sull’azione svolta, pensando a come proporla in modo più coinvolgente affinchè arrivasse al bimbo superando le barriere del suo ritardo psicomotorio. Col passare del tempo non ci si soffermava neanche più a pensare … tutto era diventato “automatico”. Alcuni amici di famiglia sono sempre molto stupiti di come sia io che mio marito sappiamo trasformare un banale gioco con i bambini in un momento di sviluppo cognitivo … ed il bello è che lo facciamo del tutto inconsciamente.

Dall’età di quattro anni mio figlio è seguito da due terapiste applicatrici del metodo per due ore alla settimana. Anche se io stessa sono applicatrice non ho voluto assumere il duplice ruolo di mamma terapista, anche perchè una volta entrato alla scuola primaria, sono passata al ruolo di mamma aiuto compiti.
Ciò che ho imparato dal prof. Feuerstein è che se con un determinato insegnamento il bimbo non assimila, non ci si deve scoraggiare e pensare: “questa cosa non sarà mai in grado di farla”, ma cercare strategie diverse, capire quali sono le difficoltà alla base e superare ogni ostacolo fino al raggiungimento della meta prefissata.
Ricordo che alla scuola primaria quando doveva fare i primi conticini con l’utilizzo delle mani, mio figlio non riusciva, ma non perchè non aveva capito il meccanismo, ma perchè la sua scoordinazione motoria gli impediva (e gli impedisce tutt’ora) di muovere le dita separatamente: per lui fare la pistola, le corna, indicare tre o due con le ditine è un’impresa.

Inizialmente gli costruii delle mani con il cartoncino e quando doveva contare piegava le dita che non servivano. Poi iniziai a scrivergli con la penna i numeri sulle dita e lui tenendo la mano aperta davanti a se contava le dita, poi una volta capito che il mignolo era sempre il numero uno ed in ordine venivano gli altri non fu più necessario scrivere sulla pelle.
Ora che è in prima media fa le espressioni con le potenze …
Tutte le mete o quasi sono state raggiunte con l’utilizzo di piccoli stratagemmi. E non solo quelle cognitive. Ricordo la fatica a fargli imparare l’utilizzo della bicicletta senza rotelline … ma che felicità il giorno che fece qualche metro da solo!
Certo, la malformazione di mio figlio gli ha permesso comunque un costante e continuo sviluppo, però le difficoltà sono state anche molte, e se noi come genitori ci fossimo arresi davanti all’evidenza del ritardo, probabilmente i risultati raggiunti non sarebbero stati gli stessi.

Valentina M.
tata, babysitter e aiuto compiti a Monza

Di familymwr

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