I bambini vedono, i bambini fanno

Written by on 18 febbraio 2013 in Educazione - No comments

Sono passati ben quarant’anni da quando Elena Gianini Belotti scriveva dei condizionamenti sociali nella formazione dei ruoli femminili e maschili nel suo Dalla parte delle bambine.
Cos’è cambiato?
Ecco le considerazioni di Alessandra A., educatrice ad Albizzate.

Benché ci sia una maggiore consapevolezza dell’influenza che abbiamo come insegnanti, educatori o genitori sui nostri bambini, mi capita di sentire ancora frasi come: “Smettila di piangere come una femminuccia!” o “Non fare il maschiaccio!”, pronunciati non solo da genitori ma anche dai cosiddetti “esperti” nel settore.

È vero, la pubblicità, la televisione, il cinema inviano messaggi ambigui e ribadiscono i ruoli stereotipati di donne e di uomini. Ma siamo sicuri che sia colpa dei media? Voglio dire, essi si basano su meccanismi di marketing, di risposta alla domanda di un pubblico che, evidentemente, è questo ciò che vuole.
Ogni Natale lavoro come commessa in un negozio di giocattoli per bambini e ogni anno mi capitano genitori che alla mia proposta di giochi (mi succede spesso con le costruzioni) mi rispondono: “ma questo è da maschi!”.
E ogni volta io cerco di spiegare che non è vero che le costruzioni sono da maschi, che i giochi non hanno un sesso, che bisogna semplicemente guardare il bambino o la bambina per quello che gli/le piace fare. Capita che alcune persone più mature almeno riflettano prima di uscire dal negozio, così come capita che altre vanno dritti per la loro strada senza dubbi. Quest’ultimo è un atteggiamento che mi fa paura.

Mi ricordo della mia esperienza da baby-sitter con due fratellini: il bambino più piccolo amava giocare con le bambole, adorava portarle in giro con il passeggino. Ho sempre assecondato la sua passione quando giocavamo insieme. Una volta abbiamo passato un pomeriggio indimenticabile, lui era felicissimo di far passeggiare suo “figlio” per le strade del paese. Il padre, la sera, tornando a casa mi ammonì tra le righe, rivolgendosi al figlio: “Ma dai, se la gente ti vede in giro con il passeggino cosa pensa?”.
La gente non lo so, io penso solo “che tristezza”.
Il divertimento del figlio era passato assolutamente in secondo piano, il suo amore, il suo atteggiamento affettivo nei confronti della sua bambola totalmente represso.

Anche con le letture succede più o meno lo stesso: ai maschi si propongono storie di avventure, di viaggi, di combattimenti e alle femmine vicende di principesse da salvare o di fatine dai poteri magici.
Guardate queste immagini:
bambine “adultizzate” o rese precocemente mamme immerse nel rosa.
Bambini duri che giocano con cose da maschi.

Vogue Paris, Cadeaux, dicembre 2010

 

Berjuan Toys, The breast milk baby

 

Campagna Sisley bambino

 

Campagna Mattel, Hot Wheels

Se da una parte, pertanto, abbiamo il modello di una brava bambina che impara a fare la casalinga, la madre oppure la super top-model, abbiamo però, d’altro canto, il modello di un bambino che deve rispondere alle aspettative di “macho virile”.

E’ una religione omertosa il maschile a cui ci
hanno educati sin da piccoli, che rimanda ad
una meta astratta e non verificabile: essere un
Vero Uomo. Essa protegge rendendole sacre le
vulnerabilità maschili, è l’oppio che opprime
e impoverisce il popolo maschile, il valore in
forza del quale vengono fatte alcune moderne
crociate. Il maschile tradizionale, come religione,
come spazio confinato, come identità,
richiede di essere difeso con la violenza.

(Massimo M. Greco del gruppo Maschile Plurale di Roma pubblicato su Liberazione di venerdì 15 agosto 2008 nello Speciale curato dal laboratorio Smaschieramenti di Bologna)

Pensiamo a quanta pressione sottoponiamo i bambini insegnandoli, anche involontariamente, schemi di comportamento, atteggiamenti, abitudini che non tengono in considerazione la loro essenza naturale. Pensiamo a quante gabbie identitarie in cui li rinchiudiamo che reprimono la loro natura, le loro passioni, le loro preferenze.

Vi lascio con un video che, con più di mille parole, riesce a spiegare quanta rilevanza possiede il nostro potere di educatori sui modelli comportamentali dei bambini.
È banale, forse.
Si tratta di psicologia spiccia, da due soldi. Eppure…non dimentichiamolo mai.

Alessandra A.

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