Il gioco simbolico

Written by on 20 ottobre 2011 in Educazione - No comments

Oggi diamo spazio ad una delle nostre educatrici, Teresa, laureata in psicologia e con una grandissima passione per i bambini. Ci parlerà del gioco simbolico, strumento essenziale nella crescita e sviluppo del bambino.

Elinor Goldschmied, maestra d’asilo, educatrice con qualifica di assistente sociale psichiatrico, si occupò di infanzia in ogni suo aspetto proponendo un nuovo e innovativo approccio psico-pedagogico. Questo approccio si fonda su un concetto fondamentale: considerare e trattare i bambini come persone con una propria e determinata cultura. Elinor Goldschmied dava molta importanza al gioco euristico, cioè non strutturato, supportato da materiale ludico adeguato all’età di coloro che ne avrebbero fatto uso: una cesta dei tesori da cui i bambini potevano tirare fuori ciò che desideravano.

In questo contesto ci occuperemo del gioco simbolico una parte specifica della cultura dei bambini.
Secondo Piaget“mentre il gioco di esercizio semplice inizia fin dai primi mesi dell’esistenza ed il gioco simbolico da quelli del secondo anno, il gioco di regole non si costituisce che durante il secondo stadio (dai 4 ai 7 anni) e soprattutto durante il terzo periodo (dai 7 agli 11 anni)”.

Storicamente parlando, il gioco è un’attività da sempre esistita: ad esempio, gli antichi Egizi giocavano solitamente a Senet o Sen’t o Senat, che significa “il passaggio”; si trattava di un gioco di tavoliere con significati religiosi, di sfida e didattici. Questo gioco metteva in relazione il mondo dei vivi con quello dei morti. Diventò un gioco per tutti proprio perché ritenevano che fosse in grado di decidere le sorti dell’uomo dopo la morte. La partita al Senet si disputava fra il defunto e il Destino. Questa credenza spiegherebbe i molti giochi ritrovati nelle tombe, le raffigurazioni e le spiegazioni di partite svolte al Senet.

Tra gli antichi greci quando si parlava di skholè si indicava il divertimento, il tempo libero e la scuola. Anche per i romani fu così: questi usavano il termine ludus dapprima per indicare il divertimento infantile e dopo, per indicare la scuola “ludus schola”; mentre “ludi” al plurale indicava le ricreazioni sacre degli dei. Con il verbo ludere si indicavano i giochi di società, i tavolieri, i giochi linguistici e di improvvisazione poetica.

Chi ha dedicato i propri studi alla cultura dei bambini ha messo in evidenza che le attività giocate ad ogni età e in ogni periodo dell’infanzia sono caratteristiche e contraddistinte.
Il gioco simbolico incomincia ad essere presente nel quotidiano di ogni bambino a partire dal secondo anno di vita fino al sesto, settimo anno di età e continua ad essere tipico dell’intero arco di vita di una persona. Ne sono una testimonianza il gioco dell’Oca, Risiko, guardie e ladri, il lupo mangia frutta, i giochi di ruolo e tutti quei giochi che rappresentano una realtà altra rispetto a quella che si sta vivendo.
In tutti i tipi di giochi c’è una componente fantastica. Il Prof. Staccioli afferma che: “… nei giochi dei bambini c’è sempre un qualche grado di finzione che trova una sua concretezza nei valori, nei simboli, nelle metafore che corrispondono ad un certo momento culturale e che – infine- il soggetto che gioca non appare sempre consapevole dei modelli che sta giocando.”

E’ possibile osservare i bambini giocare e imitare comportamenti che ritraggono i momenti di vita familiare e quotidiana.
Alcuni sostengono che tali azioni vengono simulate per imparare a stare lontani dai genitori o per introiettare determinate regole, per allontanarsi e separarsi gradualmente dalla figura materna, perché si tratta di abitudini quotidianamente vissute e ripetute. Insomma si tratta di giochi agiti per imparare a socializzare, per introiettare dei valori e delle regole e per imparare a crescere in ambienti diversi da quello casalingo.

A volte si possono vedere bambini di 4 anni giocare col pongo e vederli impastare, tirare la “sfoglia” col mattarello, fare gli strozzapreti; o giocare in spiaggia con sabbia e secchiello per preparare la pizza, la pasta al sugo, le torte, e soprattutto il gelato! Tra gruppi di bimbe é tipico il gioco della mamma con le figlie, che escono, che mangiano, che vanno a fare la spesa; solitamente i maschietti ricoprono il ruolo del babbo o del nonno o di fratello.
In questi giochi il bambino imita, recita ruoli che non sempre rispecchiano la propria reale posizione all’interno del nucleo familiare. Attraverso questo gioco il bambino non fa altro che rendere propri  determinati comportamenti e rappresentarli con il gioco individuale e/o di gruppo, per renderli facilmente comprensibili e gestibili attraverso l’azione ludica.
Vygotskij (1934) affermava che: “Nel gioco un bambino si comporta sempre in modo superiore alla sua età media, al di sopra del suo comportamento quotidiano; nel gioco è come se fosse ad un palmo più in alto rispetto a se stesso.”

Per concludere, le motivazioni che spingono un bambino a giocare, imitando i genitori o a rappresentare fantasticamente la realtà in cui è immerso quotidianamente, sono diverse e ogni scuola di pensiero psico-pedagogica che si sia dedicata allo studio della cultura infantile, ne ha formulate diverse. Grazie a Piaget e ai suoi studi epistemologici si può affermare che il gioco simbolico è una manifestazione del pensiero simbolico, vale a dire che, il bambino ha raggiunto una maturità cognitiva tale da rappresentare mentalmente ciò di cui parla e ciò che traspone mentre gioca da solo o in gruppo. Un bambino acquisisce la capacità di simbolizzare, quando impara ad imitare ciò che vede e sente, dopo aver interiorizzato ciò che vede e sente. E’ chiaro che una volta interiorizzate queste azioni possono facilmente essere rievocate in un contesto magico quale può diventare il teatro di gioco. Prima assimila le conoscenze, le rende proprie e dopo, acquisendone le capacità, le traspone, le ripropone arricchendole. Il processo di apprendimento indicato da Piaget sarebbe, pressapoco così.

Fink affermava che “la maggioranza dei giochi rappresenta qualcosa. Il gioco diventa simbolo del mondo; nel momento in cui si decide di immettersi in una situazione che dichiariamo ludica, allora ci si separa dal contesto della vita normale, si leva una scena immaginaria e tramite tale separazione  un frammento del mondo viene destinato alla rappresentazione del tutto universale”.
Staccioli continua dicendo che nonostante si stia perdendo l’abitudine a giocare, ci sono giochi che non perdono mai il proprio fascino, come il gioco dell’Oca. Ciò significa che vi sono diverse spinte che portano a giocare ancora e che un filo sottile lega sempre il giocatore al simbolo, anche se non è pienamente consapevole.

Che cos’è il gioco per me?
“Il gioco per me è:
una possibilità;
la breccia in un muro;
la scoperta e la conoscenza;
molteplici e ricchi legami;
DIVERTIMENTO, CONDIVISIONE, COOPERAZIONE E LIBERTA’;
Alice e il BianConiglio nelle Avventure del paese delle meraviglie;
la vita!!

 

Teresa G.

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